Quirinale, quando la Dc e i fascisti fermarono Pietro Nenni

Quirinale, quando la Dc e i fascisti fermarono Pietro Nenni

-di ANTONIO TEDESCO-

Sfogliando un Diario inedito di Francesco Gozzano (recentemente donato dalla famiglia alla Fondazione Nenni insieme al suo archivio), giornalista inviato dell’Avanti!“, che annotò su di un taccuino, con grande minuzia, il secondo viaggio di Nenni in Cina nel novembre del 1971 (a breve uscirà una pubblicazione della Fondazione Nenni sui rapporti di Nenni con la Cina), emerge che il leader socialista Pietro Nenni, che all’epoca aveva oramai superato gli ottant’anni, era “distratto” dalle voci su una sua eventuale candidatura alla Presidenza della Repubblica. Ecco cosa racconta Gozzano nel suo Diario.

Lunedì 9 novembre 1971, Pechino.
“Ho avuto una chiacchierata con Nenni, sulle elezioni presidenziali: non nasconde che avrebbe voglia di essere eletto. “Se ti eleggono accetti? le chiede la figlia a pranzo. Come si fa a non accettare, risponde lui con la solita aria rassegnata e mi racconta che anche Moro e i comunisti sono per lui. Tuttavia ritiene che Fanfani ce la farà. Le sue uniche chances consistono in una deliberata rinuncia dei DC e in una ricerca di un candidato laico”.

Anche nel 1964 Nenni era stato il candidato più quotato a salire al Colle dopo le dimissioni anticipate di Antonio Segni ma, dopo un lungo testa a testa con Saragat (sostenuto dai democristiani e dai socialdemocratici) decise di ritirarsi per far confluire i voti sul candidato socialdemocratico. Dopo ventuno votazioni, tredici giorni e oltre quaranta ore di seduta i Grandi Elettori elessero Giuseppe Saragat nuovo Presidente della Repubblica con 646 voti. Nel 1971 invece al ritorno dal viaggio in Cina il senatore a vita Pietro Nenni(lo aveva nominato Saragat Senatore nel 1970) trovò conferma della sua candidatura. Le cose, però, cambiarono il 7 dicembre quando la segreteria del PSI decise di virare su De Martino, all’inizio riluttante, considerandolo un nome più “unitario”, capace di raccogliere i voti di tutta la sinistra. La DC, invece, decise di fare rotta su Fanfani.

Dopo alcuni giorni di impasse, la candidatura di Fanfani venne ritirata essendo decisamente sgradita a buona parte della DC. Spuntò a quel punto il nome di Giovanni Leone, l’uomo che aveva era passato già alla storia per essere stato il timoniere del primo, famosissimo “governo balneare”. De Martino invece dopo ventuno scrutini fece un passo indietro e i partiti di sinistra tornarono a puntare forte su Pietro Nenni. Troppo tardi, però, non essendosi resi conto dell’oscura trama che si stava tessendo in parlamento e che avrebbe portato a una breve svolta a destra, decisamente più indolore, comunque, di quella tentata un decennio prima con Fernando Tambroni.

Il 23 dicembre del 1971, infatti, al ventiduesimo scrutinio Nenni ottenne 408 voti, mentre Giovanni Leone ne raccolse 503. Un tuono che annunciava tempesta. Nenni e i socialisti confidarono in una vittoria sul filo di lana grazie ai consensi di Repubblicani e Socialdemocratici ma il giorno seguente, vigilia di Natale, Leone venne eletto Presidente con 518 voti: “io sono rimasto con i 408 voti di ieri sera. Leone è stato eletto coi voti fascisti e io sono battuto dai socialdemocratici e dai repubblicani” (Diari di Nenni, “i conti con la storia, 1967-1971”).
La “congiura” aveva sortito il suo effetto ponendo al contempo le basi per il varo, l’anno successivo, del governo di centro-destra passato alla storia con i nomi di Giulio Andreotti e Giovanni Malagodi. Anni torbidi in cui Reggio Calabria era il teatro di una rivolta in cui confluivano personaggi della “destra mazziera” (Ciccio Franco) e spezzoni della ‘ndrangheta, con Giorgio Almirante che prima, all’inizio, bollava senza appello i rivoltosi per poi cambiare improvvisamente fronte collocandosi dalla loro parte. Nel contempo evocando, contro l’estremismo di sinistra il ricorso a “squadroni” sul modello sudamericano. La Dc dorotea (il cosiddetto “ventre molle” perché capace di qualsiasi esercizio di adattabilità) accettò si scongelare gli impresentabili voti di quel partito di chiara ispirazione nostalgico-fascista, guidato da colui che era stato un esponente della Repubblica Sociale e ancora prima il segretario di redazione della rivista “la difesa della razza”.

Leggendo il Diario di Gozzano ho pensato immediatamente alla frase di Oriana Fallaci: “Nenni sarebbe stato uno splendido presidente delle Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici”.