“Matteotti redivivo”. L’orazione ufficiale di Claudio Martelli a Fratta Polesine

“Matteotti redivivo”. L’orazione ufficiale di Claudio Martelli a Fratta Polesine

Sino a due anni fa, al 2024, l’anno del centenario della morte, la memoria di Giacomo Matteotti – al netto di una ristretta schiera di appassionati e di studiosi – era preservata e confinata nella toponomastica. Non c’era in Italia città o villaggio che non gli avesse intitolato una piazza o una via. Il suo nome era noto anche all’estero ma oltre al nome in Italia pochi sapevano chi fosse stato e perché fosse famoso; infine anche quelli che ne sapevano di più sapevano solo che Matteotti era stato ammazzato dai fascisti. Dunque, una vittima, un martire forse un eroe o meglio un santo come appariva nella fotografia più diffusa che lo ritrae come un giovinetto circondato da un’aureola di luce. Un santo è un santo, che altro c’è da sapere?

La sua memoria dopo l’immediata emozione lo sgomento e l’indignazione che attanagliarono e sbigottirono l’Italia intera fu vietata e soffocata da Mussolini e dal fascismo con un’attenzione maniacale basti dire che fu strappato dalla terra il misero crocefisso di legno piantato là dove fu rinvenuto il suo cadavere.

La verità impone di dire che anche a sinistra la sua memoria e la sua figura per un paio di generazioni vennero rimpicciolite e persino irrise. E’ noto il sarcastico, miserabile giudizio che gli affibbio Gramsci – “pellegrino del nulla” – evidentemente in balia del più cieco settarismo. Del resto i comunisti italiani sin dalla loro nascita guidati e fomentati dai  loro maestri e padroni sovietici avevano eletto i socialisti riformisti tra i loro peggiori nemici. E con i loro delegati presenti in congresso imposero ai comunisti italiani di scindersi dal PSI reo di non voler espellere i riformisti di Turati e di Matteotti.

L’atteggiamento del PCd’I cambierà solo negli anni trenta quando l’Unione Soivetica si troverà isolata e in Europa nasceranno i fronti popolari.

L’ostilità e non di rado l’odio verso i riformisti risorse con non minore asprezza nel secondo dopoguerra nel gran teatro del mondo spartito in blocchi contrapposti. E ancora una volta quell’odio malsano divise la sinistra italiana non solo tra comunisti e socialisti ma i socialisti stessi tra quanti come gli eredi socialdemocratici di Turati e Matteotti ponevano sopra ogni cosa il primato della libertà e della democrazia e quanti sopra ogni cosa ponevano l’unità della classe operaia cioè l’unità con i comunisti.

Purtroppo anche Pietro Nenni che pure aveva chiaro cosa fosse lo stalinismo e che negli anni venti e trenta aveva difeso l’autonomia socialista contro i tentativi fusionisti dei comunisti e dei massimalisti compreso il tentativo di annettersi l’Avanti e che dall’esilio aveva denunciato i processi staliniani compì una scelta dalle tragiche conseguenze.

Eppure proprio il giovane Nenni redattore dell’Avanti aveva pubblicato all’indomani del delitto tre scritti su Matteotti provando che l’assassinio era di Stato, che la diretta responsabilità omicida era del duce del fascismo, senza fare sconti alle responsabilità di quelli – comunisti, massimalisti, ignavi – che mentre volevano fare come in Russia fornirono alimento e giustificazioni alle manovre e alla violenza fascista. Insomma, straparlavano di rivoluzione e fomentarono la reazione.

Anche in questo caso Matteotti era stato lucido e profetico: bisogna combattere il fascismo in nome della libertà non in nome di un’altra dittatura – di nome la dittatura del proletariato, di fatto la dittatura di un partito sul proletariato.

     

Anche nel secondo dopoguerra la memoria di Giacomo Matteotti non fu risparmiata e patì le conseguenze della nuova scissione – quella del 1947 – tra socialisti e socialdemocratici, tra Nenni e Saragat. Così dopo aver pagato la sua lotta con la vita Matteotti pagò ancora, questa volta con il dissolvimento, il silenzio, la rimozione della sua memoria.   

Nemmeno la riunificazione tra PSI e PSDI del 1967/1968 riuscì a recuperare con la tradizione riformista anche il ricordo e la portata dell’insegnamento di Matteotti. E come avrebbe potuto nel contesto sessantottino che riesumava l’idolatria della rivoluzione e ne voleva protagonisti e corifei insieme agli operai gli studenti della contestazione, delle occupazioni, del 6 e del 30 politico, dei cortei inneggianti a Marx, Lenin, Mao Tze Dong e persino a Beria il capo della polizia politica del Cremlino autore di sistematici assassini politici, del sequestro dei professori e delle catene al posto dei libri.

La piena riabilitazione della tradizione riformista e la sua attualizzazione si compì solo con la leadership di Craxi nel congresso di Palermo del 1981. Da allora sino alla fine della prima repubblica il PSI tornò a definirsi come il partito del socialismo riformista.

Nel sistema politico successivo sono fioriti vari riformismi e tali si sono definite forze politiche anche di provenienza comunista liberale e cattolica che al riformismo socialista erano sempre state avverse. E’ accaduto così che il riformismo ha guadagnato in diffusione quel che ha perso in chiarezza. Succede  infatti che persino la presidente del consiglio Meloni in Europa faccia parte di un gruppo che si dice ad un tempo conservatore e riformista. Nulla glielo vieta eppure sembra davvero troppo.

Tutto al contrario il PD alla nascita, con Veltroni, e poi con Renzi e Letta si è definito riformista ma oggi i riformisti nel pd sono minoranza e pur essendo decisamente pacifici sono appena tollerati tant’è che alcuni hanno abbandonato il partito. Con ampio  beneficio di inventario e molta indulgenza ci si potrebbe accontentare di definire il riformismo  semplicemente come un metodo, il metodo di cambiare le cose attraverso riforme graduali e parziali ma francamente sembra così poca cosa, un tratto così incolore, così poco distintivo da autorizzare qualunque trasformismo

Finalmente e soltanto con le celebrazioni del centenario della morte l’Italia ha cominciato davvero a fare i conti con Matteotti. La sua figura di giovane leader politico, di amministratore, di intellettuale moderno, competente all’avanguardia ed anche di uomo colto nella  delicatezza e intensità degli affetti più cari è stata illustrata in un numero sorprendente e impressionante di iniziative dispiegate per tutta Italia a cominciare dalla grande mostra documentaria, fotografica e iconografica allestita nel centro della capitale al palazzo Braschi di piazza Navona grazie al Comune di Roma e alla Fondazione Nenni che ho l’onore di presiedere.   

Altrettanto importanti i convegni commemorativi organizzati in centinaia di comuni da centinaia di associazioni. E poi i tanti nuovi libri di storici professionali e di scrittori divulgatori che hanno  messo a fuoco tutto l’arco delle sue azioni, dei suoi vasti interessi e dei suoi pensieri consentendoci finalmente di conoscere non solo il martire coraggioso e luminoso degli ultimi tragici giorni ma il leader, il capo effettivo battagliero, indomabile del socialismo riformista italiano il più fiero e coraggioso avversario di Mussolini e del fascismo.

Il suo stile è tanto asciutto quanto rigoroso, i suoi argomenti fondati sui fatti e sui dati smascherano la propaganda del regime – la reclame come la chiamava lui – piena di auto elogi, di annunci e di scopi “in luogo di dare le norme oggettive” e i loro effetti reali non di rado paradossali. La sua lettura dei bilanci del governo Mussolini è magistrale nel mostrarne tutte le crepe, le contraddizioni e le ingiustizie sia quando smaschera il soffocamento dell’autonomia comunale storica conquista e vanto della civiltà italiana sia quando incalza il governo sulla mancata riforma tributaria sostituita da continui aggiustamenti “Cerotti sopra cerotti, in attesa che come dice il comunicato ufficiale la nuova classe dei dirigenti si formi, cioè che coloro che sono andati al potere senza sapere si informino e imparino, e finalmente decidano, ed eventualmente si rimangino anche il già deciso.”

Credo che molti ascoltando queste parole abbiano sussultato avvertendone – un secolo dopo! – tutta la persistente tragica attualità.

Anche prima di assumere la carica di segretario del partito socialista unitario Matteotti segue con trepidazione le vicende internazionali. Nell’ottobre del 1923 scrive su La Giustizia organo del PSU:

“Oggi tutta la politica è internazionale e ogni politica di aggressione, di violenza di imperialismo produce inevitabilmente una reazione corrispondente dalla parte opposta condannando l’Europa alla sua distruzione.” Non l’ha detto oggi ma cent’anni fa!

Nettissimo nel respingere l’accusa ai socialisti di essere anti nazione Giacomo rigetta il pregiudizio secondo cui il patriottismo risieda solo a destra. Disgustato dalla violenza con cui i nazionalisti francesi si ostinano a infierire sulla Germania sconfitta umiliando i governi socialdemocratici e liberali con sempre nuove pretese sferza i fascistissimi giornali italiani che “sono persino arrivati alla balorda apologia di Hitler, il Mussolini della Baviera, il quale dovrebbe ricostituire in Germania l’abbattuto regime della forza e delle baionette.” Anche queste sue parole di ieri

Rintoccano sinistramente anche oggi.

Matteotti attribuiva al socialismo unitario o democratico che dir si voglia il merito di condurre una campagna di libertà economica contro i dazi protettivi e le barriere doganali con ciò aprendo, insieme ai laburisti inglesi, una strada per tutti i partiti democratici e socialisti europei.

In polemica con i disfattisti che preconizzavano la decadenza dell’Europa faceva leva sui fattori positivi in particolare la nascita di una nuova internazionale socialista affidata a Friedrich Adler con sede a Londra mentre ribadiva la speranza che si componessero i contrasti tra Francia e Germania e si desse finalmente avvio alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa.

Dunque sì, certo, è stato un martire ma insieme un leader lucido combattivo coraggioso competente e soprattutto un capo, il capo di un grande partito socialista che ancora non c’è.

© Città di Fratta Polesine Facebook